Prima del supermercato c'era il mercato rionale Dal baratto al mercato, alla cultura del thrifting e del cibo genuino, cosa è cambiato nel tempo?

Prima del supermercato c'era il mercato rionale Dal baratto al mercato, alla cultura del thrifting e del cibo genuino, cosa è cambiato nel tempo?

La domenica è il giorno della spesa, che tu sia solo o in famiglia. I supermercati nei giorni feriali si preparano ad ospitare orde di persone ogni settimana, una particolare abitudine rafforzata dalle necessità lavorative di ognuno che, ormai, è divenuta una tradizione globale. C'è chi, proprio per evitare la folla, preferisce comprare da casa e chi, ancora, si affida a servizi che promettono di consegnarti, con cadenza mensile o settimanale, prodotti a km 0 direttamente alla porta.
Dopo decenni in cui il supermercato ha rappresentato il modello più evoluto per fare la spesa - il così detto: top di gamma - è cambiato il modo in cui guardiamo al cibo e alla sua provenienza. La crescente attenzione verso la qualità degli alimenti e la sostenibilità della filiera sta riportando al centro il rapporto diretto con chi produce. Non parliamo di abbandono totale della grande distribuzione, ma sicuramente di un occhio di riguardo delle nuove generazioni verso alternative capaci di rispondere a un desiderio di maggiore consapevolezza. 

I mercati contadini e i mercati rionali tornano in trend e si inseriscono nelle abitudini di chi cerca prodotti freschi e vuole conoscere l'origine di ciò che porta in tavola. Preferendo, quando possibile, sostenere le economie locali. E i numeri sembrano confermare l'interesse: secondo un'indagine Coldiretti/Noto Sondaggi diffusa nel giugno 2025, il 65% degli italiani aveva acquistato almeno una volta in un mercato contadino nel corso dell'anno. Un dato che, pur non dimostrando da solo un ritorno generalizzato ai mercati rionali, racconta quanto la vendita diretta continui ad avere un ruolo nel rapporto tra consumatori e cibo. Come spesso accade nella storia, maggiore tecnologia disponibile rappresenta un'inversione delle abitudini ed un ritorno all'analogico.

Il topo di campagna e il topo di città

@elizabeth_minchilli Lunch at the Market in Rome with my friend @Evan Kleiman . #foodtour #restaurant #rome #market original sound - Elizabeth Minchilli

Come siamo arrivati fin qui? Facciamo un salto indietro di qualche secolo. Quando la possibilità del supermercato non esisteva nell'immaginario e procurarsi da mangiare significava conoscere qualcuno che lo producesse. Parliamo di molto prima di scaffali ordinati secondo categoria e di offerte paghi uno prendi due. Erano i tempi del baratto: io ho qualcosa che serve a te, tu hai qualcosa che serve a me. Il famoso do ut des, prima ancora che divenisse una strategia di marketing tanto popolare.

La comparsa delle città ha portato le campagne a rifornire i centri abitati, portando frutta, verdura e altri prodotti locali nei luoghi in cui si concentrava la popolazione. Le piazze si sono fatte punto d'incontro tra due mondi quasi fiabeschi, come nella parabola del topo di campagna e di quello di città: quello rurale, che contava raccolti e stagioni e quello urbano, che si preoccupava di bisogni quotidiani e di persone che avrebbero, successivamente, acquistato quei prodotti. Il mercato era il luogo di scambio di merci, ma soprattutto di informazioni, prima dell'era digitale.

Il baratto ha poi, lentamente, lasciato spazio alla compravendita e il commercio si è organizzato in forme sempre più strutturate, ma il principio è rimasto molto simile: qualcuno produce, qualcuno vende, qualcun altro passa a comprare e si crea un passaparola. È cambiato tutto il resto, dalle modalità di distribuzione alla velocità con cui possiamo procurarci qualsiasi cosa. Oggi, tra le tante evoluzioni del commercio, il mercato continua a conservare qualcosa di molto antico, ovvero il rapporto diretto ed intimo che si crea tra chi vende e chi compra.

La felicità è reale solo se condivisa

Il bel paese, all'estero, ha la nomea di essere tradizionalista e, a volte, addirittura ci viene recriminato di non svecchiarci quanto basta per rimanere al passo coi tempi. Ma, alla fine, cos'è il progresso senza la tradizione? I mercati rionali italiani sono oggi un momento culturale con un'estetica di altri tempi, che molto spesso viene emulata e riproposta in editoriali di moda o in pellicole internazionali. Ha mantenuto negli anni lo stesso stampo nostalgico e la stessa forma di coesione. Non è mai stata una questione solo di approvvigionamento, ci piace tornare dove siamo stati bene: dal fruttivendolo che ci racconta dei suoi pomodori o dal macellaio che ci parla delle sue carni; ogni quartiere italiano che si rispetti custodisce gelosamente il proprio mercato rionale e le nuove generazioni contribuiscono a mantenerlo in vita. Quante volte vi siete organizzati con gli amici per fare un giro al mercato di viale Papiniano, a Milano? Anche nelle più grandi città italiane (e non) rimane una parte fondamentale della vita urbana. L'insorgere della cultura contemporanea del thrifting tra i giovanissimi ha aiutato il mercato a non andare mai fuori moda, catalizzandolo come luogo di compravendita non solo di cibo, ma anche di vestiti vintage e usati. 

Oltre alla consapevolezza e oltre al ritorno all'analogico, c'è la dimensione umana del mercato rionale, che alla fine continua a piacerci proprio perché ci mette in contatto gli uni con gli altri. Quando la quotidianità si interrompe, ci rendiamo conto del valore di questi luoghi. Difficoltà logistiche e interruzione dei trasporti che possono rallentare la circolazione delle merci mettono in evidenza quanto la nostra idea di normalità dipenda da sistemi che vengono dati per scontati. Basta che qualcosa si inceppi per capire quanto sia importante poter contare su una rete di persone (e servizi) vicine a noi. Perché alla fine, se tutto andasse male - in un mondo che soddisfa bisogni alla velocità di un clic - ci rimane solo la terra che coltiviamo.

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